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IL PASSATO

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Conosciamo tutti la forma allergica che colpisce la mucosa nasale caratterizzata da starnuti ripetuti e frequenti, intensa secrezione chiara, prurito al naso, al palato e agli occhi, congiuntivite e lacrimazione oculare.

Questa sintomatologia appare più evidente in determinati periodi dell’anno quando i fiori e le parti maschili degli alberi e delle piante disperdono nell’aria, in tempi diversi, i pollini per la fecondazione dei fiori e delle parti femminili della stessa specie.

Oggi ne soffre una persona su cinque in un modo che può essere lieve oppure intenso.

Ma com’era la situazione nel passato? Le civiltà antiche ne soffrivano e in che modo?

Anche se non è possibile dedurre, dalle fonti storiche originali, informazioni che abbiano un valido fondamento scientifico è sempre, però, possibile farsi alcune immagini di quali forme patologiche soffrivano i nostri antenati.

Nei papiri medici del 1500 a.C. si accennava, per esempio, a stati di congestione della mucosa nasale accompagnata da congiuntivite e da senso di peso a livello dei seni paranasali per eccesso di secrezione liquida.

Nell’opera di Ippocrate si parlava di quadri clinici catarrali ed ostruttivi caratterizzati da abbondante secrezione nasale, starnuti ripetuti ed incessanti e bruciore agli occhi; quadro clinico chiamato con il termine greco di ”Koriza” (da Kara-testa e Zeo-infiammare).

Molti medici romani identificarono la ”Koriza” con qualsiasi forma di rinite ipersecretiva ed usarono le parole latine di ”destillatio” , di ”stillicidium” e di ”gravedo” per indicare l’abbondante produzione di liquido chiaro, il suo costante gocciolamento e il senso di risentimento presente a livello dei seni paranasali.

Secondo Galeno e la teoria dei quattro umori ne soffriva di più il temperamento malinconico completamente immerso nel freddo-umido e la forte secrezione nasale, così tipica, era l’espressione di una ”evacuatio cerebri” ovvero di uno spurgo cerebrale che poteva fermarsi in gola oppure scendere più profondamente nei polmoni dando origine alle due forme cliniche di rinite o di asma allergico.

Negli scritti del medico arabo Rezes vissuto nel nono secolo si descriveva una forma patologica soprannominata ”raffreddore o catarro delle rose” contraddistinta da una copiosa produzione di liquido nasale, starnuti a salve e lacrimazione; ne erano colpiti, soprattutto, alcuni soggetti in primavera quando i giardini erano tutti fioriti e le rose di Damasco, in particolare, diffondevano il loro intenso profumo.

Ancora per tutto il Rinascimento vennero descritte ipersensibilità primaverili alle rose che impedivano a diverse persone di frequentare i giardini costringendole a rimanere chiusi in casa sino al termine della fioritura.

In realtà non erano proprio le rose la causa delle forti forme allergiche, (si tratta anzi, di un fiore con pochissime valenze allergeniche), bensì lo erano le altre piante della famiglia delle graminacee, delle composite , delle urticacee , delle betulaceee e delle fagacee che disperdevano i loro pollini nell’aria primaverile ed estiva.

Nel secolo sedicesimo fu un medico italiano, Leonardo Botallo, a descrivere,per la prima volta dopo Razes, una sindrome di ipersecrezione nasale caratterizzata da forte rinorrea, starnuti, prurito nasale e faringeo e pesantezza alla testa determinata da diversi fiori e piante, soprattutto, gigli,viole, muschio e rose; questa sindrome venne denominata ”febbre delle rose” o ”catarro delle rose”.

Nel diciasettesimo secolo, per quanto, si cercassero nuove spiegazioni alla vecchia teoria umorale e si gettassero le fondamenta della fisiologia, ancora, si confondevano tra loro le riniti su base infettiva e quelle su base allergica.

Inoltre, in quest’ultimo caso, non si distingueva, ancora in modo preciso, quali fossero gli allergeni scatenenanti l’allergia e il loro modo di isolarli, dal momento che potevano essere sia i fiori di piante che di alberi, sia le piume che i peli di animali e sia le muffe che le polveri.

In questo periodo storico ,fu soprattutto, il medico Conrad Viktor Schneider che si caratterizzò per spiegare l’eccesso di secrezione nasale, non come conseguenza dell’ ”evacuatio cerebri” secondo la teoria galenica, ma, bensì, per un incremento quantitativo e temporaneo del muco che formatesi a livello nasale discendeva, poi, nel rinofaringe copioso a seguito di stimoli irritativi ricorrenti.

Altri medici avendo constatato un numero maggiore di donne affette da allergia arrivarono alla facile conclusione che detta patologia poteva essere generata da forte suggestione e dalla inclinazione all’isterismo.

Ma fu ,soprattutto, Jacob Costant De Rebecque che si avvicinò più degli altri alla verità, per il fatto che descrisse in modo chiaro e preciso, non solo la sintomatologia della rinite allergica ma anche l’eziopatogenesi in quanto ipotizzò che detta patologia fosse scatenata dalla presenza nell’aria di particelle volatili liberate dai fiori e accolte con la respirazione dalla mucosa nasale con forte risposta irritativa locale.

Il diciottesimo secolo vide alcuni progressi nel campo allergologico riscontrando alcune forme di rinite ed asma allergico su base professionale; forme ipersecretive si evidenziarono, infatti, nel lavoro dei fornai, dei mugnai, dei scalpellini, dei muratori, dei parrucchieri e degli speziali preparatori di specialità galeniche.

Ma è solo nel diciannovesimo e nel ventesimo secolo che grazie alla nascita della Immunologia, nuova branca della medicina moderna, si potranno scoprire molti dei misteri legati alla comparsa delle allergie.

Bisogna attendere il 1819 per avere una descrizione clinica molto fedele e accurata dei disturbi che colpiscono un soggetto allergico; è stato, infatti, il medico inglese John Bostock a descriverla in un modo molto preciso, forse, anche perchè lui stesso ne soffriva. Oltre ad individuare gli allergeni specifici legati al polline dei fiori riscontrò che era una patologia molto rara per chi viveva in campagna o a contatto della natura, mentre era molto più frequente nelle classi sociali più elevate che vivevano per lo più in città.

Nel 1830 il medico inglese John Eliotson riconobbe che la patologia chiamata febbre di fieno (Hay Fever) che compariva nel periodo della mietitura poteva dipendere, soprattutto, dalla fioritura delle graminacee e dal contatto con peli animali; aveva, poi notato che, trasferendo alcuni soggetti allergici in ambienti freschi di montagna o salubri di mare, compariva un netto miglioramento concluse che era importante allontanare chi ne era affetto da ogni sorgente specifica allergenica a cui si risultava sensibili.

Ma è solo nel primo decennio del 1900 che in un ospedale di Londra (St. Mary’s Hospital) sorse un vero e proprio reparto di allergologia dove venne messo a punto un metodo diagnostico e un metodo di cura. Grazie ai medici, John Freeman e Leonard Noon e ai loro collaboratori, vennero raccolti estratti di polline da alcune graminacee e dopo averli inoculati in piccole dosi nell’occhio di alcuni pazienti vennero evidenziati, nei soggetti sensibili, livelli diversi di irritazione congiuntivale: più il paziente accusava una forte risposta locale e più il soggetto dimostrava di essere sensibile a quella specifica sostanza iniettata. Una volta fatta, così, la diagnosi si curavano le persone affette iniettando a livello sottocutaneo dosi poco concentrate dello stesso estratto che aveva causato la reazione congiuntivale comportandosi, così, da vaccino curativo.

Così nel ventesimo secolo si potè, finalmente, fare una adeguata diagnosi e curare in un modo più efficace del passato le malattie allergiche. Lo stesso termine allergia venne utilizzato per la prima volta, nel 1906, dal medico austriaco Clemens von Pirquet per indicare una esagerata reattività dell’organismo a sostanze inalate o ingerite.


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